Vita e morte sono in continua comunicazione. Noi possiamo anche fingere che non sia così, possiamo anche rimuovere il ricordo di quei sogni in cui, scesi nell’Ade, ascoltiamo la loro voce e proviamo un contatto fisico con essi: i morti. Certo, direte, nei sogni, negli incubi, in luoghi onirici, non nel mondo reale. Ma cosa c’è di reale nel mondo? Il mondo è nel nostro corpo, è dentro il nostro cervello, non bisognerebbe dimenticarlo mai. Ma, se volete, ci sono dei luoghi fisici (nella cosiddetta realtà) dove ai vivi risulta più facile evocare i morti. Il Necromanteion per esempio. Penso tutti ne abbiano almeno uno. Un luogo legato al nostro passato, un posto dimenticato, dove la vita non scorre più da tempo. Un luogo immobile e in penombra. Un non-luogo. Un tempio sacro, sottratto allo scorrere del tempo presente, dove richiamare i morti dal passato e conversare con loro e, se necessario, riappacificarsi. Riappacificarsi con il nostro passato è salutare. Da malati, invece, negare alla morte la sua voce, fuggire la morte, rincorrere continue distrazioni e come folli spargere sofferenza nel mondo. La vita vera ha bisogno della morte.
Foto e montaggio video di Ferruccio Compagnucci, grafica ed effetti audio di Sabina Valenti, testi di Stefano Grassi
