Mio zio lavorava all’Hoepli. Aveva studiato alla Scuola del Libro di Urbino, negli anni Sessanta, poi se ne andò a cercare lavoro. Trovò un buon impiego alla Hoepli come rilegatore. Un artigiano con il compito di sistemare e restaurare i libri danneggiati. Oggi questo lavoro non esiste più. I libri vengono assemblati da macchine alla bell’e meglio e poi chi se ne frega. Un discorso logico. Economico. La libreria Hoepli però… un luogo integrato nel tessuto sociale di Milano. Un luogo identitario. Anche per chi non è di Milano, come noi. La libreria, con il suo personale mobilitato contro la chiusura, è affollata, c’è la fila alla cassa. Vogliamo comprare gli ultimi libri prima della fine. Vogliamo dimostrare che la libreria può sopravvivere. Vogliamo dare una testimonianza perché gli impiegati non si sentano abbandonati al loro destino. Perché un pezzo della storia intellettuale di Milano non scompaia per sempre, lasciando il posto a insulsi fast food, insulsi street food, insulsi hotel, insulse boutique.
Chiudere la Hoepli è l’ulteriore dimostrazione che il capitale fa schifo. Noi non siamo solo una questione di soldi, ma siamo storia, siamo memoria, siamo identità. Perché nella ricchissima Milano nessuno si offre di salvare Hoepli? Perché quella ricchezza è vuota. Va bene a se stessa. E’ pronta a cancellare qualsiasi impulso vitale. La Comunità, i luoghi della Comunità, solo essi possono salvare Milano. Tutto il resto è un deserto fra divertificio, sfruttamento, abitazioni tombali e ostentazione del nulla. Per avere significato anche la vita di una città come Milano ha bisogno della sua storia. La Hoepli ne fa parte.
Foto e montaggio video di Ferruccio Compagnucci, testi e grafica di Sabina Valenti
